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sabato 12 novembre 2011

LACROIX, ASTICE E POMPELMO



Esiste l’arte, esiste chi gode dell’arte, esistono gli artisti e poi, di rado, ma molto di rado, potresti incontrare qualcuno che di per sé costituisce un’opera d’arte. Ancora più straordinario è quel caso in cui questo raro soggetto è anche un artista. A questo punto diventa veramente impossibile scinderlo dalla sua opera e se hai anche l’ardire di ritrarlo non puoi che incontrarlo immerso nelle sue creazioni. A questo punto le domande ti verranno meno e ciò che ti ridurrai a scrivere saranno le tue impressioni, gli odori che rammenti, la morbidezza della luce e l’accompagnamento della musica. Oggi quindi non vi parlerò di una donna, ma di un contagio. Di un magnifico virus di passioni, eleganza, ricordi, propositi, entusiasmo ed inventiva. Ho incontrato un’artista che è anche un’opera d’arte, un sofisticato esempio di stile, uno scrigno di idee e, come vedete, una regina di seduzione. 


Dorothee Heymann non poteva che vivere nella strada dell’arte, dove anche a chi non frequenta i musei questa s’impone dalle vetrine delle vecchie botteghe antiquarie che una dopo l’altra s’affastellano lungo i marciapiedi. L’eleganza e la bellezza non necessitano d’un biglietto da visita. Ti aprono sinuose la porta principale e tu, anche se non le conosci, anche se non le ami, necessariamente sarai rapito. Rapito da uno sguardo, da una mano, dal panneggio di uno scollo, dalle curve di un tacco, dai colori di un quadro, dall’unico arredamento possibile.  Questa è Dorothee o almeno lo è per me. Così che adesso mi resta difficile parlarvi di cosa indossasse, darvi conto, anche brevemente, di chi sia, illustrarvi i suoi quadri, la raffinatezza del suo trucco, la dolcezza della sua cucina.  Ho scattato molte foto e spero che mi aiutino.


Riservata per natura, ama però farsi fotografare ed è chiaro, purtroppo, che io sia il meno esperto ad averlo fatto. E’ nata a Parigi e già questo le conferisce, se ce ne fosse bisogno, almeno in letteratura, un fascino aggiuntivo. “La mia arte - dice - come il mio stile, il mio abbigliamento e la mia cucina, sono di necessità  la sintesi tra Europa e Medio Oriente”. Ha vissuto per molti anni a Tel Aviv, dove ha casa e torna con regolarità, ma la sua città è ormai Firenze. Qui ha gli affetti più grandi e qui dipinge. Del suo stile non parla. “Non ne ho soltanto uno. Non mi affeziono troppo alle cose e quindi cambio spesso modo di vestire”. Dipende, come dico sempre, dalle circostanze, ma anche se l’atro pomeriggio non c’era un’occasione, se non quella di scambiare due chiacchere con me, Dorothee ha palesato la sua versatilità e così potete vederla ritratta in due versioni di se stessa.


Per le prime foto ha indossato un kimono che io definirei rivisto e corretto. Un abito che esemplifica quella sintesi tra culture che tanto la rappresenta. Ha del classico kimono il tessuto, i colori e le decorazioni, ma alle linee comode del Giappone si sostituisce un taglio tipicamente occidentale che segna le curve e magnifica la femminilità. Abbinate a quest’abito delle platform in suede  di Marni. Sulle labbra, l’accessorio a cui non rinuncia mai: il suo rossetto, quindi uno smalto nero. Colore che, per questo autunno, ha sostituito le più fresche tonalità che in genere Dorothee usa in estate. Al collo un pendentif  etnico acquistato in Israele. Dopo qualche scatto ecco lo switch e la mia ospite appare in un abito di Christian Lacroix, uno stilista senza tempo le cui opere hanno la familiarità dell’essenziale e il fascino del lusso più opulento. Un grande collo a corolla che termina in un profondo scollo circolare sulla schiena, ai piedi  decolté vintage di Ferragamo, infine, a incorniciarle il volto, due orecchini di Pomellato in acquamarina. In queste vesti non so perché , ma mi sembra una first lady, una donna che sa reggere le sorti di chi ha in mano quelle di tutti. 


Anche se ritratta tra i suoi quadri non dà l’idea di una che ami troppo la cucina, Dorothee invece si diletta, se pur di rado, ai fornelli. Per lo più ama la convivialità e il prendersi cura degli ospiti. Adora il gesto dell’offerta del cibo e quindi il rito del servirlo. Non cucina spesso, ma quando lo fa cerca, come dice, di non trascurare nulla: “la tavola, il cibo e l’abbigliamento sono tutte arti del sedurre e ognuna di questa sfrutta i colori, le forme, le materie. Certo che c’è connessione tra moda e cucina e se organizzi una cena deve esserci anche sinergia fra le due cose”. Avrei voluto provare qualche suo manicaretto, ma Dorothee era in partenza e quindi sono solo riuscito a farmi dare la sua ricetta dell’astice al pompelmo, prezioso ed elegante, come lei.
Per sei persone: procuratevi 2 astici di circa 1 kg ciascuno, due pompelmi, mezzo limone, due cucchiai di brandy, mezzo bicchiere di vermouth dry, 50 gr. di burro, una manciata di prezzemolo tritato, sale e pepe q.b. In una pentola molto ampia portate ad ebollizione abbondante acqua salata e immergeteci gli astici facendoli cuocere per circa un quarto d’ora, quindi estraeteli e conservateli.  Sbucciate bene i pompelmi e tagliateli in spicchi, metteteli da parte insieme al succo che avranno rilasciato durante la mondatura. In un pentolino versate il brandy, il vermouth e il succo di limone scaldandolo a fiamma media fin quando non si sarà ridotto a metà. A questo punto aggiungete il succo di pompelmo e portate ad ebollizione facendo addensare la salsa. Una volta tolta dal fuoco unite il burro a pezzetti e amalgamate. Tagliate gli astici a metà e sgusciate le mezze code disponendo poi la polpa sul piatto di portata. Salate leggermente, bagnate la polpa con la salsa e guarnite con gli spicchi di pompelmo il prezzemolo e il pepe. Buona cena e buona mise a tutti!


venerdì 28 ottobre 2011

VANITAS E ZUCCHINI


Nei suoi tanti viaggi non faceva che acquistare oggetti e materiali senza un reale scopo, poi, un giorno, le pietre, i coralli e le gemme informi, fino ad allora chiusi in un cassetto, hanno iniziato a danzarle in testa e a comporsi in magnifici gioielli. Lei, per assecondare il padre, rigido generale di corpo d’armata, aveva finito per starsene a Pisa a studiare lingue, mentre la sua aspirazione era di avvicinarsi al design tramite l’ architettura; poi si innamorò di suo marito che, “un po’ troppo geloso”, la preferiva a casa intenta a crescere i figli. Alla fine, però, a dimostrazione che quello che deve accadere accade e che i tempi non contano, nel 2007 ha realizzato la sua prima collezione. Oggi l’ho incontrata alle Giubbe rosse con suo figlio. Un duetto affiatato dall’energia contagiosa. Eccoli, dopo una breve intervista e un caffè, mentre coccolano Gina, la cagnolina di una ragazza che, blogger anche lei, non ha saputo resistere a questo strano gruppetto che parlava di gioielli e stilisti mischiandoli a zucchine e uova.


Vi parlo di Donatella e Stefano Calzolari. Mamma e figlio: disordine artistico e ordine scientifico. Lui studia economia e desidera una carriera raggiante, lei dovrebbe essere una casalinga, ma crea gioielli per le mani delle signore più chic. E questo lo deve in larga parte a Stefano che ha insistito perché lei creasse e poi proponesse i suoi lavori. Adesso che il figlio è grande i due sono anche amici,  sentirli parlare, vedere l’intesa che hanno, dà la misura di quanto sia importante, ai fini di tutto, una famiglia unita e, come nel loro caso: ben assortita. Ma questo non significa che abbiano gli stessi gusti. A detta della madre Stefano ama un po’ troppo piacere, così, mentre lei si veste perché adora gli oggetti che indossa e continuerebbe a far così anche su un isola deserta, non si può dire la stessa cosa del figlio.


Il parallelo tra stile e cucina ha convinto poco entrambi, ma del resto spetta a me e a voi lettori rintracciarlo. Donatella afferma di essere “stilista di se stessa e cuoca per forza”. Ha cucinato così tanto per i suoi figli e suo marito che adesso lo fa, ma non ha più la verve di prima. Stefano invece non ama affatto i fornelli e, come dice sua madre, in cucina assomiglia a un bradipo spaesato! Nonostante tutto però entrambi hanno una ricetta da realizzare per il loro partner. Piatti semplici. Stefano si cimenterebbe nelle pennette ai pomodori pachino e Donatella ricucinerebbe per suo marito il piatto che lui le preparò la prima volta: pasta e broccoli.


Per quanto entrambi non vedano collegamenti tra moda e cucina, i loro stili non differiscono troppo dalle loro ricette. Stefano preferisce andare al ristorante, ma anche qui, per quanto cerchi di ordinare cose nuove, non mangia mai in maniera troppo stravagante e del resto veste con una sobrietà ricercata mixando  sapientemente vari stilisti ed ottenendo quello che in cucina definiremmo un piatto della tradizione rivisitato ad hoc. Donatella invece ama gli stilisti giapponesi e la scuola d’Anversa, la sua cucina gode di influenze arabe e siciliane che, come nel caso dei suoi gioielli, fanno di questa donna un unicum di stile.


Ieri Donatella vestiva comoda pantaloni Junya Watanabe in fresco di lana dal taglio ispirato alla marina militare, sopra, una  giacca  Marni in crepe di lana con zip frontale dalla foggia  bon ton chic, ai piedi  platform in suede Fratelli Rossetti, tutto rigorosamente blu navy. Come capo spalla un corto piumino nero dalla smanicatura a kimono e dal collo sciallato anch’esso di  Watanabe, per finire una sciarpa in cachemire di Faliero Sarti raffigurante un dipinto di Mark  Rothko e una neverfull G Monogram Louis Vuitton. Al dito una delle sue creazioni più belle: un anello raffigurante la Vanitas, un meraviglioso teschio scolpito su un corallo di Sciacca e trattenuto al dito da 4 serpenti scintillanti in oro e diamanti neri.


Stefano indossava Skinny pants in cotone elasticizzato Raf Simons, maglione in lana con abbottonatura laterale di alamari metallici Emporio Armani, giacca in pelle nera martellata di Rick Owens, in pendant con la madre una sciarpa Faliero Sarti, stivali in suede tortora Ermanno Scervino e, immancabile accessorio, un classico Rolex submarine. All’altro polso un bracciale, opera di Donatella, raffigurante ancora la mitica vanitas.


Stefano - confermando il giudizio di sua madre - non è stato veloce e neanche preciso nel raccontarmi le sue pennette ai pomodori pachino e quindi, anche per cascare sul sicuro, preferisco riportarvi la ricetta di Zucchine, uva passa e pinoli di Madame Donatella: Per 4 persone vi occorreranno: una cipolla di tropea (quantità variabile a seconda del gusto), 5/6 zucchine chiare, una generosa manciata di uva passa e una di pinoli, quindi olio extra vergine di oliva, sale e pepe quanto basta. Sul generoso fondo d’olio fate cuocere lentamente la cipolla precedentemente sminuzzata, una volta stufata aggiungete le zucchine ridotte a rondelle. A metà cottura unite l’uva passa e i pinoli, quindi coprite e fate cuocere fin tanto che il composto non avrà assunto un colore brunito, aggiungete sale e pepe. Il piatto è pronto, ma, se come quella di Donatella, anche la vostra è una fantasia creatrice, sbattete a parte 2 uova con un pizzico di sale e 2 cucchiai di Grana Padano, cuocete penne per 4 persone, conditele con le zucchine e poi, a fuoco spento unite le uova. Avrete così un’ottima carbonara di zucchine uva passa e pinoli. Buona cena e buona mise a tutti!


Se volete scuriosare tra i gioielli di Donatella: http://www.donatellacalzolari.it